Si sta parlando molto di possibili effetti positivi e preventivi della supplementazione nei confronti del COVID-19. Ma è davvero così? Ecco cosa ci dicono gli studi scientifici.

Negli ultimi mesi, è stato portato all’attenzione dei media un possibile ruolo della supplementazione con vitamina D per la prevenzione dell’infezione da SARS-CoV-2. L’argomento è chiaramente di grande interesse per i pazienti in terapia anticoagulante orale, specialmente perché questi hanno spesso un’età avanzata e sono pertanto a rischio di complicanze severe in corso di infezione COVID-19.

IN BREVE...
Negli ultimi mesi i media hanno parlato di un possibile effetto preventivo della vitamina D per il COVID-19. Comprensibilmente, la notizia ha creato un certo interesse anche nei pazienti in terapia anticoagulante, che sono mediamente più anziani e più a rischio delle gravi complicanze della malattia provocata dal virus SARS-CoV-2. Che cosa dicono però gli studi scientifici? Tendenzialmente la popolazione anziana è carente di vitamina D e la sua supplementazione viene quindi spesso prescritta. Che questa abbia però degli effetti sia a livello cardiovascolare che come protezione contro il COVID-19 è tutt’altro che dimostrato. Mancano infatti dati solidi provenienti da studi clinici randomizzati, gli unici in grado di stabilire eventuali rapporti di causa-effetto. A questo riguardo infatti sono disponibili solo pochi studi effettuati su popolazioni molto piccole di pazienti, e le conclusioni non possono essere pertanto considerate definitive, ma solo meritevoli di studi più ampi. Al momento, lo studio più ampio disponibile ha coinvolto 240 pazienti ospedalizzati con COVID-19 moderato o severo ma nemmeno in questo studio la supplementazione di vitamina D ha mostrato alcun effetto rilevante.
In conclusione, ci sembra sicuramente utile che il paziente anziano in terapia anticoagulante consideri una supplementazione di vitamina D e calcio per ridurre il rischio di osteoporosi ed osteopenia. Sembra però ingiustificato al momento l’utilizzo della vitamina D in tutti i pazienti in terapia anticoagulante ed ancor più nella popolazione generale, a meno che non prevalga la logica che i farmaci debbano essere assunti non perché se ne è dimostrato il loro beneficio, ma fino a quando se ne dimostri l’inutilità.


Negli anziani è molto frequente l’ipovitaminosi D, principalmente a causa di un ridotto introito, di una tendenza all’obesità e della minore esposizione ai raggi solari 1. La vitamina D viene pertanto prescritta classicamente nella prevenzione e nel trattamento delle forme di osteopenia tipiche dell’anziano. La dose giornaliera raccomandata di vitamina D nell’anziano è infatti di almeno 800 unità internazionali (IU), o 20 mcg al giorno. Questo equivale a mangiare almeno 200g di salmone fresco al giorno, o 10 tuorli d’uovo, o 1.5 litri di latte al giorno, o 1.6 kg di fegato. Dunque, in assenza di una adeguata esposizione alla luce solare (possibile solo nei mesi estivi), è impossibile un soddisfacente introito di vitamina D per via alimentare.
In generale, pertanto, possiamo dire che una idonea supplementazione di vitamina D si rende necessaria nei pazienti anziani, e dunque verosimilmente anche nei pazienti in terapia anticoagulante, se anziani. Questo suggerimento diventa ancor più rilevante nei pazienti che assumono dicumarolici (Coumadin o Sintrom) come anticoagulanti, in quanto questa classe di anticoagulanti sembra essere associata con un maggior rischio di osteoporosi2. La supplementazione andrebbe sempre tenuta sotto controllo, in quanto esiste il rischio di una ipervitaminosi D, ed associata alla somministrazione di calcio 3.

Negli ultimi anni, è stata evidenziata la presenza di recettori per la vitamina D anche nel tessuto endocrino, cardiovascolare e nervoso. Sono state pertanto avanzate ipotesi circa un ruolo dell’ipovitaminosi D anche nel decadimento cognitivo e nel rischio cardiovascolare sulla base di evidenze derivate da studi epidemiologici osservazionali. Queste ipotesi non sono però state suffragate da numerosi studi clinici randomizzati4. Gli studi clinici randomizzati (o RCT) sono infatti gli unici tipi di studi clinici in grado di rispondere definitivamente alla domanda sull’utilità della supplementazione in queste patologie. Infatti, poiché sia la carenza di vitamina D che le malattie degenerative cerebrali o le malattie cardiovascolari si associano con l’età, il rischio di un errore di confondimento (confounding bias) è sempre presente e non correggibile negli studi osservazionali.

E per quanto riguarda l’infezione COVID-19?
Negli ultimi mesi questo argomento è affiorato nei media, anche attraverso la spinta di dichiarazioni di un possibile effetto da parte di alcuni clinici. In realtà, una metanalisi di studi osservazionali non ha evidenziato un rischio più elevato di infezione se non nelle persone con gravi carenze di vitamina D5. Anche per il COVID-19 valgono peraltro gli stessi ragionamenti precedentemente visti per le patologie cardiovascolari: mancano dati solidi provenienti da studi clinici randomizzati. A questo riguardo infatti sono disponibili solo pochi studi effettuati su popolazioni molto piccole di pazienti, e le conclusioni non possono essere pertanto considerate definitive, ma solo meritevoli di studi più ampi. Al momento, lo studio più ampio disponibile ha coinvolto 240 pazienti ospedalizzati con COVID-19 moderato o severo, senza poter dimostrare alcun effetto nel gruppo trattato verso il gruppo placebo sia in termini di lunghezza di ricovero o necessità di intubazione6.

In conclusione, ci sembra sicuramente utile che il paziente anziano in terapia anticoagulante consideri una supplementazione di vitamina D e calcio per ridurre il rischio di osteoporosi ed osteopenia. L’adozione di tale misura potrebbe avere, come effetto benefico collaterale, un auspicabile effetto sulla gravità della infezione da COVID-19.
Sembra però ingiustificato al momento l’utilizzo della vitamina D in tutti i pazienti in terapia anticoagulante ed ancor più nella popolazione generale – a meno che non prevalga la logica che i farmaci debbano essere assunti non perché se ne è dimostrato il loro beneficio, ma fino a quando se ne dimostri l’inutilità.



Bibliografia

  1. Meehan M, Penckofer S (2014) The Role of Vitamin D in the Aging Adult. Journal of Aging and Gerontology 2 (2):60-71. doi:10.12974/2309-6128.2014.02.02.1
  2. Huang HK, Liu PPS, Hsu JY, Lin SM, Peng CCH, Wang JH, Yeh JI, Loh CH (2020) Risk of Osteoporosis in Patients With Atrial Fibrillation Using Non–Vitamin K Antagonist Oral Anticoagulants or Warfarin. Journal of the American Heart Association 9 (2). doi:10.1161/jaha.119.013845.
  3. The DIPart Group (2010) Patient level pooled analysis of 68 500 patients from seven major vitamin D fracture trials in US and Europe. BMJ 340 (jan12 1):b5463-b5463. doi:10.1136/bmj.b5463.
  4. Barbarawi M, Kheiri B, Zayed Y, Barbarawi O, Dhillon H, Swaid B, Yelangi A, Sundus S, Bachuwa G, Alkotob ML, Manson JE (2019) Vitamin D Supplementation and Cardiovascular Disease Risks in More Than 83 000 Individuals in 21 Randomized Clinical Trials. JAMA Cardiology 4 (8):765. doi:10.1001/jamacardio.2019.1870.
  5. Pereira M, Dantas Damascena A, Galvão Azevedo LM, De Almeida Oliveira T, Da Mota Santana J (2020) Vitamin D deficiency aggravates COVID-19: systematic review and meta-analysis. Critical Reviews in Food Science and Nutrition:1-9. doi:10.1080/10408398.2020.1841090.
  6. Murai IH, Fernandes AL, Sales LP, Pinto AJ, Goessler KF, Duran CSC, Silva CBR, Franco AS, Macedo MB, Dalmolin HHH, Baggio J, Balbi GGM, Reis BZ, Antonangelo L, Caparbo VF, Gualano B, Pereira RMR (2021) Effect of a Single High Dose of Vitamin D3 on Hospital Length of Stay in Patients With Moderate to Severe COVID-19. JAMA. doi:10.1001/jama.2020.26848



Alberto Tosetto

Dirigente medico, Divisione di Ematologia, Ospedale S. Bortolo, Vicenza

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