Dagli anni ‘70 a oggi sono cambiati gli strumenti per scovare questa condizione, passando da un esame invasivo come l’arteriografia del polmone alla valutazione del D-dimero.

Secondo alcuni studi, l'elastocompressione in una fase molto precoce del decorso da una trombosi venosa profonda potrebbe prevenire fino al 20% delle complicanze.

Dato che sono stato richiesto da più parti in Italia di un'opinione sulle modalità più congrue di prevenzione dell'embolia polmonare (EP) in pazienti ricoverati per infezione legata al COVID-19, vorrei fare alcune considerazioni.

Mi giungono in questi giorni numerose richieste di chiarimento da parte di medici, associazioni e pazienti sulla opportunità di mantenere la terapia con DOAC in pazienti destinati alla terapia con farmaci antivirali. L'epidemia infatti si sta allargando, e non risparmia i soggetti, in gran parte anziani, in trattamento con i DOAC.

Le polmoniti rappresentano una condizione infettiva ad alto rischio di provocare embolia polmonare, quasi sempre isolata (cioè non associata a TVP degli arti). Forse in assoluto, tra le cause 'mediche', quella a rischio più elevato.

L’introduzione dei nuovi anticoagulanti diretti (NAO) nella pratica clinica ha accresciuto sensibilmente l’impiego dei farmaci antitrombotici, che oggi si spinge a coinvolgere – per lo meno nei paesi occidentali – la larga maggioranza dei soggetti con fibrillazione atriale (FA) a rischio di stroke, a differenza che in un recente passato quando per tale indicazione erano disponibili solo i dicumarolici, i cui inconvenienti e rischi erano percepiti come tali da dissuaderne l’impiego in una fascia non trascurabile della popolazione, soprattutto tra gli anziani.

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