Secondo uno studio italiano solo una minoranza dei pazienti in trattamento con terapia anticoagulante con AVK se la gestisce da solo. I problemi sono legati al costo elevato dei dispositivi, ma anche all’assenza di formazione dedicata.

Nel 2020 la Società Europea di Cardiologia ha aggiornato le raccomandazioni sulla fibrillazione atriale, promuovendo un cambio di paradigma a vantaggio non solo del clinico, ma anche del paziente e della sua qualità di vita.

Uno studio della Fondazione Arianna a partire dai dati del registro START fa il punto sulla questione. Per gli esperti il problema è legato allo scarso controllo periodico dei pazienti trattati con gli anticoagulanti orali diretti in caso di terapie prolungate, peraltro non sempre necessarie.

Oltre al loro ruolo nella coagulazione, questi frammenti di cellule possono anche contribuire all'infiammazione in alcune patologie come l'aterosclerosi e il diabete. Tre ricerche italiane hanno cercato di approfondire questi aspetti, a partire dalle mutazioni genetiche.

Sin dall’inizio della pandemia da COVID-19 si sono accumulate evidenze che suggeriscono un aumento dell’incidenza di eventi trombotici venosi nei pazienti con infezione da SARS-CoV-2.

È ormai noto come nei pazienti con infezione da SARS-CoV-2 si verifichi un’attivazione dell'emostasi, come dimostrato dal riscontro di elevate concentrazioni plasmatiche di D-dimero. È stato inoltre sperimentato che SARS-CoV-2 può promuovere l'endotelite, e, a sua volta, il danno endoteliale polmonare favorendo la trombogenesi.

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