Ho iniziato a seguire la terapia anticoagulante orale all'età di 30 anni. Tornai a casa dopo un periodo di degenza all'ospedale Santa Maria Nuova di Firenze, a causa della mia terza embolia.

I primi due episodi avvennero quando avevo solo vent'anni e il mio rapporto con il warfarin in quel momento fu molto difficile, così ne interruppi l'assunzione e ebbi la terza embolia. Tornando a casa trovai ad aspettarmi, fra gli altri, il mio bambino che mi aveva visto sparire di casa all'improvviso senza riuscire a farsene una ragione. Ho ancora impresso nella memoria quel suo incerto sorrisino, quell'espressione mista a gioia e sorpresa nel vedermi tornare davvero, con il dubbio che non fosse per sempre. Il mio medico, Dott. Faustino Innocenti impiegò molto tempo a convincermi a riprendere la terapia anticoagulante orale, lo feci con timore e contro voglia vista la precedente esperienza. Allora seppi che il mio problema consisteva in un deficit di proteina S e anni dopo, su iniziativa del centro stesso, mi fu possibile verificare se avevo “regalato” ai miei figli, diventati nel frattempo due, la mia stessa patologia.

Con mia sorpresa mi accorsi che questo mondo era cambiato. A Firenze trovai attivo all’Ospedale Careggi un centro per la terapia. Ai pazienti, pur con le scarse risorse e i limiti di una sperimentazione agli inizi, veniva rivolta grande attenzione tanto che mi sentii a casa e mi accorsi che la metodologia utilizzata permetteva di assumere il farmaco con quella serenità che era mancata nella prima esperienza. 

In questo percorso ho conosciuto l’AIPA, Associazione Nazionale Pazienti Anticoagulati, che è diventata nel tempo punto di riferimento e unione per i pazienti in terapia e della quale mi onoro di essere stato per un periodo presidente della sezione fiorentina.
Ho ripreso la terapia con rinnovato spirito, il warfarin è diventato il mio "lasciapassare" per una vita normale. Sono diventate un ricordo le embolie, rarissime le tromboflebiti, sparite le dolorose ulcerazioni; con quelle sì, che è difficile convivere.
Per combattere questo fastidioso e doloroso problema purtroppo bisogna ricorrere all'uso delle calze elastiche. Non nascondo che si tratta di una scocciatura e anche su questo sono sempre stato un ribelle. Con gli anni tuttavia ho imparato ad avere con le calze come con il warfarin un buon rapporto.

A volte ci vengono date raccomandazioni molto severe sull'uso delle calze: classi compressione molto elevate, calze lunghe molto faticose da indossare, soprattutto quando fa molto caldo. Ho imparato tuttavia che se è vero che la calza non va abbandonata, il più semplice uso di un gambaletto ben misurato offre molti dei vantaggi di una buona compressione, con una fatica molto minore. Quando fa più caldo e sono più intollerante, uso una classe di compressione più bassa e riservo quella più pesante agli altri momenti dell'anno. In questo modo le mie gambe non si sono più ulcerate, non ho più dolore e sopporto meglio la pesantezza che soprattutto la sera un po' tormenta.
Oggi, a 63 anni non potrei dire di aver sconfitto la patologia che mi ha accompagnato, ma posso dire che grazie alla terapia anticoagulante e ad un costante uso delle calze, ho potuto convivere con lei da "pari a pari".

Salvatore Scarola

Paziente

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