Il tromboembolismo venoso (TEV) rimane la prima causa di morte prevenibile nei pazienti ospedalizzati. Nonostante la dimostrata efficacia della tromboprofilassi farmacologica, questa risulta però ancora largamente sottoutilizzata soprattutto tra i pazienti ricoverati per una patologia medica acuta.

Un nota di grande preoccupazione è stata diramata oggi da un gruppo di ricercatori olandesi. Sulla base del registro nazionale della dispensazione dei farmaci, 1/5 dei pazienti che in un periodo di 4 anni (tra il 2012 ed il 2016) erano stati posti in trattamento con un NAO (in prevalenza il rivaroxaban) per un episodio di TEV avevano discontinuato il farmaco prima della conclusione di due mesi di terapia1.

Le terapie anticoagulanti, vecchie e nuove, hanno drasticamente ridotto il rischio di stroke nei soggetti fibrillanti. I nuovi anticoagulanti diretti (NAO) ancora più efficacemente dei dicumarolici.

È noto da molti anni anni che nei pazienti di area chirurgica (mi riferisco in particolare ai candidati a sostituzione protesica di anca ed ai candidati a chirurgia oncologica addominale) il prolungamento della prevenzione farmacologica del tromboembolismo venoso (TEV) con eparina a basso p.m. (o fondaparinux) fino a 4-6 settimane ne prolunga il vantaggio senza accrescere il rischio emorragico.

La pubblicazione di un articolo di questi giorni dischiude uno scenario inatteso per l’interpretazione del tromboembolismo venoso (TEV). Gli autori hanno usato i risultati di due trials clinici (Einstein Extension ed Einstein Choice) per stimare il rischio di recidiva tromboembolica in relazione con il profilo basale di rischio1.

La pressochè contemporanea pubblicazione di una indagine meta-analitica e di uno studio di coorte mi offre l’opportunità di commentare le prospettive di impiego nel mondo reale dei nuovi anticoagulanti diretti (NAO) per la terapia del tromboembolismo venoso nei pazienti neoplastici (CAT).

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