È appena apparso sul Journal of Thrombosis and Hemostasis uno studio volto a verificare la variabilità nella risposta dei laboratori all'esecuzione dei test di coagulazione di base e dei test utilizzati per la misurazione dei livelli dei nuovi anticoagulanti orali, meglio definiti come anticoagulanti orali diretti.

L'utilizzo sempre più diffuso della terapia anticoagulante orale negli ultimi decenni ha determinato anche un incremento della complicanza più temibile, l'emorragia cerebrale (ICH), la cui mortalità è stimata in circa il 40-50% dei casi e severa disabilità residua nella metà dei pazienti che sopravvivono.

Il D-dimero è un biomarker di tromboembolismo venoso (TEV) molto sensibile, ma aspecifico. Può infatti essere elevato anche in altre condizioni, quali neoplasie, infezioni, traumi, scompenso cardiaco.

La malattia tromboembolica polmonare si presenta in modo estremamente eterogeneo, potendo variare da forme che mettono a rischio la vita del paziente fino a entità paucisintomatiche che spesso restano non diagnosticate.

La trombosi venosa superficiale degli arti inferiori, che colpisce abitualmente un tratto della vena safena senza essere associata a trombosi venosa profonda (TVP) o embolia polmonare (EP), è una manifestazione clinica relativamente frequente.

La ricerca, guidata dal Dott. Stefano Fumagalli della Geriatria dell’Università degli studi di Firenze1, ha raccolto i dati di 41 Centri Europei in 14 diversi paesi, con lo scopo di valutare la proporzione di pazienti anziani con fragilità tra coloro che sono in trattamento per aritmie cardiache.

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