Si stima (non ci sono informazioni precise a riguardo) che circa il 2% della popolazione generale dei Paesi Occidentali è attualmente in trattamento con AVK. Questa percentuale porta il numero degli anticoagulati in Europa e nel nostro Paese a cifre considerevoli: 10 e 1.2 milioni di soggetti, rispettivamente. A questi bisogna poi aggiungere i molti pazienti, che sebbene meritino di essere trattati, non lo sono ancora per svariati motivi. Infine, il numero totale dei pazienti anticoagulati nel nostro Paese è destinato a crescere nei prossimi anni in maniera considerevole a causa dell’invecchiamento della popolazione, che la espone ad un maggiore rischio trombotico.

Non è, quindi, esagerato affermare che la popolazione degli anticoagulati costituisce già (e lo sarà sempre di più in futuro) un problema sociale, con il quale il nostro servizio sanitario si deve confrontare. Il controllo di laboratorio di questo numero rilevante di pazienti costituisce un formidabile problema organizzativo che richiede Centri attrezzati per la misura dell’INR (nel caso dei pazienti in AVK, che sono la maggioranza) e di medici addestrati ad aggiustare la dose del farmaco, personalizzandola per il singolo individuo. Inoltre, questi pazienti nel corso della loro vita dovranno essere occasionalmente sottoposti ad interventi chirurgici o manovre invasive (biopsie, estrazioni dentarie, ecc.) che, a causa del rischio emorragico, necessitano di sospensioni temporanee della terapia, o sostituzione con altri farmaci. In questi casi solo medici esperti possono assicurare le procedure adeguate. Urge, pertanto, che le nostre autorità sanitarie identifichino al più presto quei Centri per l’anticoagulazione capaci di farsi carico di questo volume di lavoro con competenza ed efficienza.

Armando Tripodi

Professore Ordinario di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Milano

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