Negli ultimi anni è emerso chiaramente che i "classici" fattori di rischio cardiovascolare (età, sesso, ipertensione arteriosa, diabete, dislipidemia, fumo) non riescono a spiegare completamente l'insorgenza e la progressione della malattia aterotrombotica, la cui fisiopatologia è molto complessa e vede la partecipazione di numerosi fattori, genetici e ambientali, in grado di interagire tra loro inducendo la comparsa di differenti manifestazioni cliniche.

Lo stress da lavoro è normalmente considerato uno degli elementi responsabili della diminuzione della qualità di vita, ma non viene annoverato tra i fattori di rischio per malattie cardiovascolari come ictus ischemico o infarto del miocardio.

La fisiopatologia del tromboembolismo venoso (TEV) è riconducibile alla presenza, isolata o più spesso in combinazione, dei componenti della triade descritta nell’Ottocento dal patologo tedesco Virchow: stasi venosa, ipercoagulabilità, danno endoteliale.

Nella pratica clinica vengono utilizzati per la valutazione del rischio emorragico diversi modelli di stratificazione da applicare ai singoli pazienti. I parametri considerati sono: l’età avanzata, la storia di pregresso evento emorragico maggiore, un pregresso stroke (ictus), infarto miocardico recente, la creatininemia >1.5 mg/dL, l’ematocrito <30%, il diabete mellito.

Il rischio di stroke (ictus) nel paziente con FA varia considerevolmente a seconda delle caratteristiche del paziente. Sono stati identificati come fattori di rischio: l’età, il pregresso tromboembolismo, l’ipertensione arteriosa, il diabete, le malattie aterotrombotiche e strutturali del cuore, la storia di scompenso cardiaco e il sesso femminile.

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